The Ideals of IsolationLucy McRae

London, June 17th, 2016
interview Felicity Carter

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Lucy McRae by Julian Love, Microgravity Trainer,
from The Institute of Isolation, 2015.

 

 

Nata in Australia, con base a Londra, la sci-fi artist Lucy McRae è conosciuta per l’applicazione del suo talento creativo al settore della scienza, della tecnologia, della salute e della psicologia. Nota come “Body Architect”, ha ricevuto il riconoscimento della critica per le sue opere, nelle quali usando il suo stesso corpo nel processo di sperimentazione, riflette su potenzialità e limiti del corpo umano. Quest’anno l’ha vista esplorare l’isolamento e i relativi effetti su corpo e mente, con The Institute of Isolation, un documentario auto-prodotto in mostra al London Science Museum quest’estate. Spingendo sui limiti attraverso un film in stile Lynchano che unisce realtà e finzione, l’unica cosa che Lucy si aspetta (e spera che accada) è l’inaspettato.
FC Ti definisci “Body Architect”, cosa significa?
LMR Ho sempre evitato le etichette, ad ogni modo uso “The science Fiction artist” o “Body Architect”, nati nel 2006 quando lavoravo per la compagnia di elettronica Philips. Il concetto di “Body Architect” ha a che fare con la relazione tra corpo e ambiente circostante e culmina con il mio background in interior design, architettura, danza, graphic design e fashion design. È veramente una definizione ibrida legata a una serie di riferimenti ai quali non pone limiti.
FC I codici chiave del tuo lavoro uniscono arte e scienza, tecnologia e fantascienza. Sei sempre stata interessata a questi temi?
LMC Mio padre è un insegnante di matematica, quindi penso che l’evidenza delle cose, o il provare a capire il mondo circostante attraverso equazioni o leggi fisiche sia sempre stato radicato in me fin da quando ero una bambina. Ero curiosa di scoprire le nostre origini, e come molti altri bambini facevo domande come “perché siamo qui?”, “da dove veniamo?” e “quando moriremo?”.

Leggevo storie fantasy per distrarmi da pensieri legati alla morte e riflettere su come avremmo potuto usare la scienza per capire di più su noi stessi. La fantascienza è arrivata molto più tardi, le basi del mio lavoro si sono sicuramente formate durante i miei quattro anni alla Phillips, dove guidavo un team di ricerca con il quale ci occupavamo di osservare il rapporto tra corpo e tecnologia. Lì lavoravo con ingegneri e scienziati e iniziai a collaborare anche con biologi di sintesi. Il mio lavoro ha molto a che fare anche con le persone che ho incontrato lungo il percorso e l’essere sempre stata aperta a individualità provenienti da diversi contesti.

 

 

“I THINK ISOLATION HAS CONNOTATIONS OF BEING ALONE AND BEING IN SOLITUDE AND OUR REFERENCES WEREN’T SUNNY, BRIGHT PLACES BUT INSTEAD PLACES OF REFLECTION, AND THAT FOR ME, TENDS TO BE IN THE SHADOWS.”

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