Nick Knight

The Prevailing Vernacular

photography Nick Knight
interview Christopher Michael

 

“I’m looking at ways people are expressing themselves, and I’m calling that art. Photography has never been something that reports reality, at best, it reports a very highly subjective feeling.”

CM Quando è iniziata la tua passione per la tecnologia e il futuro?
NK Non sono così nerd. Non sento di essere poi così appassionato di tecnologia, è quello che è, e io la uso perché è uno strumento utile a quello che faccio. Ma non la amo in modo particolare. Non mi sono mai piaciute veramente le macchine fotografiche, sono solo pezzi di plastica e metallo. La tecnologia mi piace più per quello che ci permette di fare che per ciò che rappresenta.
CM Questa tua attitudine a spingere sui limiti della costruzione dell’immagine è un interesse che è aumentato nel corso del tempo o si tratta di un’estetica che ti è sempre appartenuta?
NK Credo che il futuro sia molto più interessante del passato. Mi piace la novità. Il mio interesse e la mia energia sono sempre rivolte a quello che verrà. Questo è in parte il motivo per cui ho sempre evitato di fare troppe retrospettive o libri, perché implicano il tornare indietro. Lo sto facendo adesso, è utile e piacevole, ma non è quello che faccio di solito. La vita è lunga, c’è tanto da fare e il futuro è estremamente eccitante perché rappresenta le possibilità e le cose che non abbiamo ancora fatto. Sono moltissime le esperienze che non abbiamo provato e le piccole cose di cui sappiamo pochissimo, ma si tratta di esperienze potenziali e di cose possibili ed è questo che mi affascina. Non trovo molto piacere nel guardare al passato.
CM Parliamo di quell’unica e rara occasione in cui hai deciso di guardare indietro, com’è nata l’idea della tua prossima mostra in Corea?

NK Come ho detto, ho sempre cercato di evitare le retrospettive, in parte perché preferisco guardare al futuro e in parte perché richiedono molto tempo. Qualsiasi cosa si voglia fare bene, implica un dispendio di tempo. E poi, mi piace che il mio lavoro sia parte di una sorta di linguaggio comune, un linguaggio pubblico; trovarlo sul retro degli autobus, sui cartelloni pubblicitari e sulle copertine dei magazine, lo rende parte del mondo. Se esibisci il tuo lavoro solo nelle gallerie, ti stai rivolgendo a un pubblico al quale piaci già e che già comprende la tua estetica, e questo non è quello che voglio.
Amo che il mio lavoro sia visto da persone che non sanno nulla di me e che non hanno bisogno di sapere chi sono, perché si tratta di ciò che faccio, non di me. Questo è stato il mio approccio per gli ultimi 40 anni.
Comunque, quando il Daelim Museum di Seoul in Corea mi ha proposto di fare una mostra, ho pensato che tutto sommato ho fatto numerosi lavori negli ultimi anni, quindi perché non provare a prenderla come un esercizio e cercare di dare un senso a tutto il materiale raccolto. Alle persone interessa, quindi perché no. L’ho presa come una sfida, non stavo cercando l’opportunità di fare una mostra, ma dal momento che mi è stata offerta ho colto l’occasione, e trovo sia molto interessante a essere onesti. Devi cercare di dare un senso narrativo a qualcosa che proprio non ne ha. [Ride]

  Download MUSE 44 – Digital Issue to read the full  interview.