Margareth Madè by Gillian WearingROLE-PLAY

photography by Gillian Wearing
fashion by Beth Fenton
written by Marta Galli

TALKING WITH GILLIAN WEARING

L’attrice Margareth Madè e l’artista Gillian Wearing a tu per tu in una performance sottilmente rivelatrice: il volto è una maschera.
Quante identità può avere un attore? Infinite, potenzialmente. Lo stesso volto è una maschera, malleabile e duttile, da mettere e togliere quando si spengono le luci. Anche Gillian Wearing, che è un’artista, di maschere ne ha indossate e create parecchie. Membro della Young British Art, vincitrice del prestigioso Turner Prize nel 1997, celebrata da una retrospettiva lo scorso anno alla Whitechapel Gallery di Londra, la Wearing si è auto-scattata dietro le mentite spoglie di Andy Warhol e Diane Arbus, e si è messa letteralmente nei panni di tutta la sua famiglia. Perché, in fin dei conti, quel che le interessa profondamente sono le persone, e indagarle attraverso il ritratto: fotografie o video che mostrano di poter rappresentare lo spirito del tempo attraverso l’urgenza espressiva individuale. Questa volta la Wearing ha incontrato l’attrice italiana Margareth Madè, da molti definita la nuova Sophia Loren, un’intrigante commistione di tratti eterei e intensità mediterranea che deve la notorietà al ruolo di Mannina nel film di Giuseppe Tornatore Baarìa, nominato ai Golden Globes nel 2010. Una delle poche italiane al mondo scelte per il calendario Pirelli, la Madè è apparsa nell’edizione del 2012 fotografata da Mario Sorrenti. Sbarcata a Londra si è diretta allo studio che Gillian Wearing divide con il compagno Michael Landy, per prendere parte a una performance documentata da una serie di fotografie, che flirta con l’idea di identità mutevole e i giochi di ruolo.

MG Qual è l’idea del servizio?
GW Non c’è veramente un concept. Pensavo alle maschere. In copertina Margareth sorregge il proprio viso, come fosse una maschera, con un bastoncino d’argento. Inizialmente avrei voluto farne un calco, ma tempo e distanza non lo hanno permesso. Ho pensato allora di ottenere lo stesso effetto con la pittura argento. Devo dire che ha funzionato. Abbiamo giocato su Fall 91, famosa foto in cui Charles Ray osserva dal basso verso l’altro un manichino di tre metri dalle sembianze di donna, lanciandogli uno sguardo reverenziale e insieme trepidante. Il manichino indossa un tailleur, il tipico “power dressing” degli anni novanta. Fotografarmi con Margareth è stato rendere omaggio a quell’immagine.

MG Ci sono artiste come Cindy Sherman che hanno scelto di usare il proprio volto e il proprio corpo per farne il ritratto di un altro da sé. Altre, come Diane Arbus, hanno rappresentato loro stesse qualsiasi persona fotografassero. Gillian Wearing dove si colloca?
GW Mi interessano le persone. I ritratti.

MG Che effetto fa indossare la maschera?
GW Una maschera può allo stesso tempo nascondere e darti un senso di liberazione, dal momento che ti permette di metterti nei panni di qualcun altro. Tuttavia, alcune sono così pesanti da indossare che riesco a malapena a respirare. La recitazione avviene attraverso gli occhi, la maschera veicola il feeling generale; poi le spalle, la posizione della testa e così via.

MG La preparazione richiede tempo?
GW Per alcune maschere ci vogliono anche 6 mesi, poiché le scolpisco, ne faccio il calco e le modello, infine inserisco i capelli e le dipingo.

MG In lavori precedenti, come per Signs that Say What You Want Them To Say and Not Signs that Say What Someone Else Wants You To Say, ha coinvolto perfetti estranei a cui ha chiesto di esprimersi liberamente su un foglio di carta. Si aspettava che si aprissero ad affermazioni così forti e intime?
GW La risposta che ho avuto mi ha stupito molto. Ho portato avanti il progetto per due anni proprio perché sentivo che le persone si rivelavano in maniera aperta e sorprendentemente onesta. Se ci ripenso noto che alcune delle reazioni sono tuttora attuali, come lo erano nel 1992-‘93, in piena recessione. Quando ho messo in mostra il lavoro, lo scorso anno alla Whitechapel Gallery di Londra, in molti hanno pensato che si trattasse di foto recenti.

MG Oggi le persone esprimono senza troppi problemi e a una audience indefinita i propri stati d’animo grazie ai social media. Evidentemente era un bisogno pre-esistente. O pensa sia cambiato qualcosa?

GW Tutti vogliono attenzioni e hanno bisogno di essere ascoltati. Quando ho cominciato a fare questo lavoro con i cartelli, le persone hanno capito subito di cosa si trattava e volevano partecipare. Molti pensavano fosse un’idea fantastica. Credo che sia perché di solito nessuno chiedeva loro di commentare il proprio stato o quello del mondo attorno. Ma è un bisogno umano voler esprimere sentimenti pesanti da sopportare, e ora chiunque può farlo, in qualsiasi momento.

MG Può parlarci dei suoi progetti incompiuti, mai realizzati, o di quel che c’è in cantiere in questo momento?
GW Ho avuto sempre dei progetti incompiuti, e il rimpianto di non averli realizzati. Ma a quel punto non ho più voglia di tornare sui miei passi. Mi è successo di recente con il lavoro di un altro artista, molto simile a una mia idea del 2002. Se guardo indietro, so che avrei dovuto insistere. Odio avere questi rimpianti.

TALKING WITH MARGARETH MADÈ

MG Le era mai capitato di lavorare a stretto contatto con il mondo delle fine arts?
MM No. È stata un’esperienza nuova che mi ha decisamente incuriosita e interessata.

MG Come è stato calarsi nel lavoro di Gillian Wearing?
MM La Wearing è un’artista poliedrica che si serve di tutti i mezzi che ritiene utili per esprimere se stessa: non è stato facile entrare in sintonia con un personaggio tanto particolare e comunque la differenza con i fotografi che si occupano solo di moda è stata evidente.

MG Com’è il suo rapporto con l’arte?
MM Sono nata in una terra dove l’arte è di casa. Penso anche al paesaggio della Sicilia che si può considerare per certi versi un’opera d’arte della natura.

MG A proposito di Sicilia, ci racconti qualche ricordo della sua infanzia.
MM Ricordo con particolare emozione il mio rapporto con i nonni. Mia nonna dolce e comprensiva, mio nonno severo all’apparenza, ma capace di infinite attenzioni. Rivedo le lunghe passeggiate che facevamo insieme sulla spiaggia di Vendicari, al suo rientro dal lavoro.

MG A chi deve la persona che è oggi?
MM A quindici anni ho lasciato la mia terra per venire a Milano, un evento che ha contribuito alla mia maturazione. Sulla mia formazione di attrice ha influito soprattutto l’incontro con Giuseppe Tornatore.

MG Procedendo per affinità elettive, pensi a film che sono in grado di rappresentarla.
MM Penso in particolare a due pellicole: Il Gattopardo di Luchino Visconti e Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore.

MG Le vengono in mente ruoli che non ha interpretato e che ha sentito che avrebbero potuto essere suoi?
MM I ruoli che furono di Ingrid Bergman in Casablanca di Michael Curtiz e in Stromboli di Roberto Rossellini.

MG Facciamo un passo indietro, torniamo a Gillian Wearing. In uno dei suoi primi lavori, Signs that say…, l’artista chiedeva a persone comuni di scrivere su un cartello un messaggio impellente. Se lo chiedesse a lei cosa scriverebbe?
MM Verità.