• "Interior with Pink Blanket", 2019.
  • On left: The Gold Chain, 2018.
    On right: Louise Bonnet in her studio, Los Angeles.
  • The Floor, 2017.
  • The Slap, 2016.

Louise Bonnet

Contractions and Explosions

Interview Bill Powers
Photography Ye Rin Mok

 

The trick is never to ask for the permission to make a painting. Or to worry about what people are going to think. I wasted a bunch of years doing that.

BP Dove hai fatto questi dipinti?
LB La maggior parte delle volte lavoro nel mio studio a Los Angeles, ma ogni estate visito Rhode Island. Mio marito andava alla Rhode Island School of Design e amava particolarmente quella zona. Così da ormai quindici anni trascorriamo un paio di mesi a Wakefield. Abbiamo un granaio dove posso dipingere. Ho realizzato molti dei miei dipinti nautici a Rhode Island.
BP Pensi che i tuoi dipinti siano provocatori?
LB É divertente che tu dica questo perché loro non ti stanno guardando e spesso le figure dei miei dipinti sembrano quasi nascondersi. Come se fossero immobilizzate. Mi piace catturare l’immobilità, la contrazione di qualcosa prima che esploda. É il momento che più ricerco.
BP É interessante come tu ti sia subito riferita al rapporto tra lo spettatore e la figura. Io mi riferisco al soggetto in generale, l’aggressiva nudità, la precarietà delle pose.
LB Mi interessa la suspanse, cosa succede a chi osserva. Il piccolo punto di contatto che impedisce alla figura di allontanarsi o esplodere nello spazio. Forse questo è un concetto un po’ aggressivo.
BP C’è uno dei tuoi nuovi dipinti che rappresenta una figura sotto una coperta. Da cosa si sta nascondendo?
LB Forse “nascondersi” non è il termine più adatto. Questa è la tua sensazione mentre osservi il dipinto. Mi piace essere spaventata, il mistero delle circostanze, l’inquietudine in senso freudiano.

 

 

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