Liam GillickPhantom Structures
Interview by Kathleen Hefty

photography by Clement Pascal
interview by Kathleen Hefty

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Scorpion and Und et Felix, Installation view at Casey Kaplan Gallery, New York, 2012

 

Organizzato, metodico e pragmatico. Dalla scuola di legge a quella d’arte, Liam Gillick ci porta nel suo mondo fatto di gallerie d’arte e modelli architettonici.

Per più di due decenni, Liam Gillick ha creato installazioni e ambienti in gallerie, musei e location site-specific c di tutto il mondo, concentrando l’attenzione su questioni riguardanti la produzione e il consumo. La pratica dell’artista, nella sua totalità, si estende molto più in là dei confini del contesto fisico. Si basa sull’interconnessione di testi, scultura, scrittura, e si occupa del rapporto con lo spazio e il sociale. La dualità della sua produzione artistica non può essere più evidente che in Phantom Structures, in mostra alla Casey Kaplan Gallery di New York fino al 19 Marzo 2016. Questa esibizione di nuove opere incorpora lavori basati su testi che rispondono a questioni alle quali l’artista si è rivolto e ha esplorato nel corso degli ultimi 15 anni, presentando una struttura che traccia le varie posizioni di Gillick sin dagli anni ‘90 nella forma di affermazioni, brani e altri testi. Prima dell’apertura di Phantom Structures, Kathleen Hefty si è seduta con Gillick per parlare del processo di produzione, del ruolo di curatore e dei suoi giorni come attivista all’università.
KH Per la tua mostra in apertura alla Casey Kaplan in Febbraio, come stai affrontando il processo della sua preparazione?
LG Tutto quello che faccio è basato sulla realtà materiale. Sono veramente un materialista. Ho un metodo preciso quando lavoro sulle esibizioni. Mi relaziono alla mostra come a un’idea, più che a una collezione di opere d’arte individuali. Penso sempre all’architettura più di quanto pensi a qualsiasi altra cosa. Al computer realizzo modelli dello spazio molto dettagliati, non importa dove sia, anche se si tratta di un garage in mezzo al nulla. È un po’ una distrazione, come quando finisci a leggere il giornale perché lo hai usato per proteggere il pavimento quando dipingi i muri. Sto semplicemente facendo un lavoro, il che è abbastanza abituale, ma ha un certo fascino per la mia mente. Inizio facendo un modello architettonico e questo è il momento per inizare a pensare e riflettere.
KH Il processo di produzione è una parte fondamentale del tuo lavoro. Chi poi materialmente lo realizza?
LG Dipende. Se sto sviluppando il progetto in un luogo particolare voglio lavorare con le persone locali perché conoscono le condizioni del sito, come ho fatto a Istanbul quest’anno. Significa anche incontrare gente nuova. Altre volte, invece, collaboro sempre con la stessa persona. Si trova a Berlino e lavoro con lui da più di 15 anni.
KH Quando tutto prende forma nello spazio, c’è un cambiamento?
LG No, molto raramente. Il risultato dovrebbe essere esattamente come pianificato all’inizio. A volte faccio cose senza seguire tutte queste regole, ma in genere non mi piace improvvisare. Voglio pianificare. Sono interessato all’organizzazione come concetto e idea, piuttosto che come ipotesi. Quando arrivo (in una galleria d’arte) e le persone che si occupano dell’allestimento mi chiedono “Dove lo vuoi posizionato?”, io normalmente torno al mio computer e apro il progetto, “Okay, 50 centimetri da terra”. Non mi piace pensare all’estetica. Mi piace apparecchiare un tavolo o preparare la cena, questa è estetica. Ma non mi piace l’estetica di allestire un’esibizione.
KH Ti piace ritornare alle tue mostre dopo averle preparate?
LG No. Difficilmente torno a visitarle. Sono molto diffidente degli artisti che passano il tempo alle loro mostre. Tempo fa, parlando con il proprietario di una galleria, mi disse “Lo sai, quell’artista viene alla mostra tutti i giorni e gironzola per la galleria”, e aggiunse “Non farlo mai”. Penso di averlo preso troppo seriamente. Parte del problema potrebbe essere anche l’illuminazione, ho scoperto che mi mette veramente a disagio. Una mostra non è per l’artista, deve essere per le altre persone.

LG No. Volevo studiare legge e filosofia così da poter diventare un attivista. Da adolescente sono stato molto deluso dalla classe operaia, e ancora lo sono. Ci ho anche provato. Avevo un posto all’università e per un breve periodo ho lavorato per un avvocato, organizzavo le campagne contro il nucleare, andavo alle manifestazioni, e cercavo di lottare contro la polizia, cose così. Poi all’ultimo minuto ho cambiato idea e ho deciso di andare alla scuola d’arte, perché avevo iniziato a capire qualcosa dell’arte in quanto spazio essenziale. Avevo incontrato degli artisti a quelle manifestazioni e sentivo di non essere adatto a un mondo fatto di puro attivismo e legge. Ho riflettuto abbastanza da sapere (all’età di 19 anni) che se avessi seguito quel percorso non avrei mai realizzato nessuna opera d’arte. Chiunque inizi facendo l’avvocato per poi decidere di diventare un artista, in qualche modo si disorienta. Quindi meglio fare all’inverso. Puoi sempre diventare un attivista o un avvocato dopo. Per questo motivo a volte mi trovo in una situazione complicata con l’arte il che è sciocco perché la mia decisione di realizzare opere non era legata alla produzione di arte didattica. Rimango dubbioso riguardo l’utilità di mostrare la cultura dominante, le cose che si sanno già. Mentre penso che il lavoro di una singola mente sia molto, molto importante. Non è qualcosa capace di rivolgersi alla vera complessità della nostra epoca. Alcne forme di pensiero, sono per me più interessanti e forse un più autentico riflesso di ciò che posso offrire.

 

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Portrait of Liam Gillick by Clement Pascal

 

 

“I’M INTERESTED IN PLANNING AS A CONCEPT AND AN IDEA, INSTEAD OF SPECULATION.”

 

KH Pensi che gli artisti possano essere curatori migliori?
LG Vengo proprio da uno Skype con tre curatori molto impor- tanti e molto seri, con i quali sto lavorando a un progetto. A un certo punto uno di loro ha detto, “Ci servono artisti per aiutarci con alcune cose alle quali stiamo lavorando, sono i migliori curatori”. Io non ho detto nulla.
KH Non sei d’accordo?
LG Non sono sicuro. L’anno scorso ho scritto un testo a riguardo intitolato Il Curatore Completo, riguardo l’idea del curatore che va oltre la domanda d’arte.
Ho appena completato il seguito intitolato Il Curatore Incompleto. Penso solo che i processi di pensiero siano differenti. Ritengo sia molto interessante vedere cosa pensa l’artista, ma fare il curatore ha anche a che fare con la storia delle mostre e la storia delle idee. Non si tratta solo di arte.
 Mi occuperò di curare un grande show in Giappone quest’anno. È la prima volta che curo qualcosa come una biennale.
La prima cosa che ho fatto è stato andare in Giappone e scattare moltissime fotografie, e inviare (agli artisti) immagini che trasmettessero il senso del luogo e dello spirito della città, poi abbiamo parlato delle location specifiche.
KH Quando hai iniziato a studiare arte, sei sempre stato interessato allo spazio?
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Hydrodynamica applied, in saltwater: A Theory of Thoughts and Forms,
installation view at 14th Istanbul Biennial, Istanbul, 2015