Francesco ClementeBetween Silence and Knowing

photography by Guy Aroch
interview by Becky Elmquist

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Alba, oil on canvas, 1977

 

Francesco Clemente by Guy Aroch

“Fin da giovane ho avuto una vivida percezione della transitorietà del mio essere, della mia mortalità. Droghe psichedeliche mi hanno portato a domandarmi quanto l’ego possa essere sostanziale. Da artista sembrava un modo per chiedere: come facciamo a sapere quello che sappiamo? Cosa vale la pena conoscere?”—Francesco Clemente

Ho avuto il piacere di incontrare Francesco Clemente nel suo studio personale di Soho, vicino di casa del vecchio studio appartenuto a Keith Haring (sulla facciata è ancora visibile un’iconica stampa di Haring) prima che la follia delle vacanze abbia inizio. Questi monolocali con i loro spazi cavernosi inondati di luce e le finestre che si estendono partendo da bellissimi pavimenti in legno fino a raggiungere complicati soffitti a volta, non possono essere replicati oggi.

La pazienza di Clemente e i suoi modi gentili equilibrano il caos degli acquisti dell’ultima ora prima delle feste natalizie sulla strada trafficata di Broadway qui sotto. Il suo abito sembra quello di un viaggiatore, un mix di stile orientale e occidentale con un tocco personale dall’eleganza bohemien.

A 62 anni, Clemente ha un atteggiamento giovanile. Circondato da alcuni disegni, dipinti di grandi dimensioni, e centinaia di ninnoli, il suo studio è pieno di carattere, e tutto è in posizione strategica. Il suo spazio si presenta come selettivamente curatoriale come un museo in cui nessun elemento manca di carattere o di personalizzazione.

Uno splendido pianoforte Baby Grand riempie l’angolo sinistro dello studio, e dalla parte opposta troviamo due bellissime sedie Frank Lloyd Wright degli anni sessanta, dove sono stato invitato a prender posto. La nostra conversazione spazia rapidamente e facilmente dalla letteratura, alla famiglia, ai suoi lunghi viaggi.

Clemente ha iniziato a esplorare il mondo in età molto giovane. “Ho lasciato l’Italia perché non avevo affinità con le idee cattoliche e marxiste. Ero alla ricerca di un punto d’osservazione, un luogo in cui essere ‘fuori’ mi avrebbe permesso di vedere il ‘dentro’”. In seguito, si è recato in Afghanistan, Brasile e Cina. Tuttavia, l’India ha lasciato il segno più forte nell’artista. Oggi, Clemente trascorre molti mesi all’anno in India e ha fondato una comunità piena di scrittori e artisti molto simile alla sua prima comunità con sede a New York. Forse la curiosità ha spinto Clemente in India.

“L’India non esercita su di me un fascino romantico. Semplicemente mi godo la sua texture … la ricchezza della sua cultura rurale che si manifesta in rituali, pellegrinaggi e storie tramandate oralmente”. In India ha visto il caos stratificato, fortemente influenzato dal turbolento passato imperiale del paese. Il lavoro di Clemente Two Tents, in mostra alla Mary Boone Gallery di Chelsea nel 2014, e al Blain|Southern di Berlino nel 2013, esprime pienamente il suo legame con l’India. Questi grandi quadri/installazioni ready-made (sono percepiti in modo diverso in base all’osservatore) sono completamente dipinte. Pareti, soffitti, tutto.

Le strutture offrono un’esperienza multisensoriale allo spettatore, in una sola volta fanno riferimento a pitture rupestri e a cappelle affrescate. Rappresentano anche il lato nomade di Clemente come artista e sono state pensate per essere utilizzate in questo modo.

 

“MY PAINTINGS ARE TOO CONCEPTUAL FOR THE ACADEMICIAN AND TOO PAINTERLY FOR THE CONCEPTUALIST.”

 

Avendo viaggiato in India dal 1970, Clemente dice: l’ambito culturale è ora, “animato da un grande dibattito sulla natura della nazione”. Il suo lavoro, erotico e fantastico sulla natura, spesso è utilizzato per raccontare la sua vita.

Celebrato come un artista nomade, Clemente usa la materia dei suoi soggetti e tonalità potenti per indurre uno stato di trance, una sorta di mantra, nello spettatore. Clemente ha instaurato relazioni durature e dinamiche nella comunità artistica sia a New York sia in India. Come molti, sono affascinato dal modo in cui Clemente è visto all’interno della cerchia artistica. Simile a quella degli artisti espressionisti europei del ventesimo secolo, la sua opera è allo stesso tempo realistica ed esoterica.

Clemente è forte e avanza indenne attraverso la continua evoluzione, e le nuove tendenze del mondo dell’arte. Sua moglie Alba Clemente, non posso non menzionarla, è una musa per Clemente e molti altri artisti. Di Alba, Clemente dice: “Nella mitologia indù, si dice che Siva senza Shakti sia un cadavere. Credo nella natura femminile dell’Energia. Alba è stata la grande equalizzatrice del flusso irregolare della mia energia. Ha anche riso di me e con me lungo il nostro cammino, un elemento vitale per rimanere relativamente sano di mente”. Alex Katz, Jean-Michel Basquiat e Julian Schnabel sono tutti stati catturati dalla bellezza e dal fascino di Alba.

Clemente è autodidatta, anche se in passato ha studiato architettura. Dice del suo lavoro: “I miei quadri sono troppo concettuali per gli accademici e troppo pittorici per i concettualisti. La mia guida sono i sentimenti, che devono essere coerenti con il lavoro”. Il metodo più tradizionale di ritrattistica è anche un elemento comune nel suo lavoro, riflette il tempo trascorso a sperimentarlo, e rende omaggio agli artisti che hanno incrociato la loro carriera con la sua come Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol, Julian Schnabel, Keith Haring, e Alex Katz, per citarne alcuni.

Spesso ritrae se stesso, è il suo modo per registrare il tempo che passa e un diario visivo del suo stile di vita itinerante. Nei suoi ritratti alcuni particolari vengono esagerati, in genere gli occhi. Clemente spiega: “Si dice in tradizioni mistiche che la percezione stessa, essendo dualistica, sia esagerata. Semplicemente dipingo ciò che vedo”.

Oltre alle persone interessanti che incontra durante i suoi viaggi, e in viaggio a loro volta, la letteratura è sempre stata passione e punto di riferimento per Clemente. Tra le sue opere preferite troviamo: Jane Bowles “Two Serious Ladies”, Jack Kerouac “I sotterranei”, e Ronald Firbank “Five Novels”; al momento è impegnato nella lettura del “Vijñānabhairava Tantra”, un testo fondamentale della scuola Trika dello Shivaismo del Kashmir.

Clemente è un artista di spicco nel mondo dell’arte da più di 40 anni e ad oggi non c’è traccia di declino nel futuro della sua carriera. Il giorno che l’ho incontrato stava chiudendo una mostra alla Mary Boone Gallery di Chelsea e a febbraio terminerà un’altra esposizione durata cinque mesi presso il Museo d’Arte Rubin dal titolo “Francesco Clemente: Inspired by Italy”. Lui non considera il suo lavoro in evoluzione, “o in qualsiasi narrazione lineare”. Invece, preferisce definirlo, “l’espansione di una narrazione circolare dove puoi tornare a rivedere nuovamente gli stessi luoghi”. Mostrandomi le foto dei suoi due nipoti, che definisce “diversi come il giorno e la notte”, ha parlato di un futuro viaggio che intende fare alla volta delle grotte affrescate di Dunhuang e Isfahan. Quando ricorda il suo lavoro passato e quello che ancora lo attende nel futuro dice: “Mi sono sempre lasciato una porta aperta, la mia vita alimenta il mio lavoro e il mio lavoro la mia vita, che altro c’è? Silenzio forse?”

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Alba’s breakfast, mixed media on paper mounted on canvas, 1984
The Fourteen stations XII, oil and wax on linen, 1981-1982