Biennale be likeLa Biennale di Venezia, 2019

Do we live in interesting time?
Written by Stefano Raimondi.

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Sotto il nome, e il sito, della Biennale di Venezia si ritrovano diverse manifestazioni con cui i visitatori o gli addetti ai lavori sono soliti chiamarla: Architettura, Cinema, Danza, Teatro. Per l’Arte invece non è necessario questa specificazione. La Biennale di Venezia è intrinsecamente quella d’Arte, la più longeva e seguita del pianeta. Curata da Ralph Rugoff, questa 58° edizione si presenta sin dall’appropriato titolo May you live in interesting time come la visione di un’arte capace di creare pensiero critico e significati sul nostro tempo. Significati e messaggi che, va detto, sono interpretati dagli artisti e interpretabili dal pubblico in maniera molto diversa tra loro, restituendo l’idea di un mondo ora confuso, ora frammentato, violento, inquinato, glamour, ma anche irriverente e divertente.

Partiamo allora, come da tradizione, dalla mostra dei due padiglioni centrali, l’Arsenale e i Giardini. Quest’anno in entrambe le sedi sono presenti i medesimi artisti che sono quindi duplicati ma anche sdoppiati: le opere talvolta sono così diverse da far pensare a personalità multiple.
Molto arioso l’arsenale, dove emergono i lavori di Haris Epaminonda  (Leone d’argento), Ed Atkins, Alex Da Corte, Jon Rafman e Christian Marclay, troppo stipato il padiglione centrale sebbene ci siano opere di grande valore come quelle di Shilpa Gupta, Teresa Margolles, Cyprien Gallard e soprattutto il robot di Sun Yuan  e Peng Yu, forse la più potente dell’intera mostra. Peccato non tutte fossero nuove produzioni.

Anche quest’anno, così come due anni fa per quello strepitoso di Anne Imhof della Germania, è in un padiglione nazionale che si trova l’opera che vale e rivale il viaggio e che ha meritatamente vinto il Leone d’Oro. Il padiglione della Lituania, con l’opera Sun & Sea (Marina) di Lina Lapelyete, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite, ci sposta in uno spazio familiare, direttamente nel caldo clima di una spiaggia, a osservare insieme ad altri partecipanti sulla stessa loggia, una cattività umana sotto i migliori riflettori. Una performance attraversata da discorsi frivoli e grandi riflessioni sull’ambiente, esattamente come ci si aspetterebbe in una spiaggia chic di una rinomata località balneare.
Vittoria che conferma come l’arte contemporanea abbracci sempre più una dimensione performativa e teatrale. Attenzione a chi volesse visitarla: la performance è prevista a oggi solo durante i week-end.

Da un contesto di svacco estivo ed esistenziale si passa ad una meccanica “sociale”, entrando nel padiglione del Belgio che si colloca come un circo internazionale del linguaggio gestuale. Mondo cane, progetto di  Jos de Gruyter  e  Harald Thys, è un momento di riflessione autoindotta. Dei manichini decisamente distanti dall’essere umani, fanno da sentinelle a un micro mondo surreale; un’arte incisiva, che parla qui, paradossalmente, attraverso il silenzio, e che ci porta faccia a faccia con figure stereotipate, rinchiuse nelle gabbie che noi stessi abbiamo costruito.

Dopo la fredda e pungente doccia morale del Belgio, si può trovare un clima opposto nel riflessivo e melanconico padiglione dell’Inghilterra, in cui in una leggerezza immateriale gravita attorno al lavoro di Cathy Wilkes. Dei manichini realizzati con elementi poveri, divengono presenze-assenze, creando uno spazio domestico ed intimo, capace di far emergere i nostri temi più radicati, l’amore, la vita, il nostro status in quanto esseri creativi e pensanti. L’Inghilterra mostra il tempo interessante di un’arte che parla ad una emotività personale, necessità di espressione che non diviene nulla senza la possibilità di una condivisione empatica.

A riportarci ad una condizione materica tangibile ci pensa il Giappone, con Cosmo-Eggs  di  Taro Yasuno, Toshiaki Ishikura, Fuminori Nousaku. Diversi elementi entrano in un gioco di rimandi e relazioni, all’interno di uno spazio futuristico che invita a ragionare su un tema molto reale, l’interazione umano-non umano e una possibile o forse ormai persa simbiosi ecologica. Lo stile nipponico riversa la sua metodicità e avanguardia in un progetto audiovisivo che partendo da una serie documentaristica di fotografie per arrivare ad un congegno sospeso che permette l’inizio di una performance automatica, ci porta in un tempo dell’arte in cui storie, miti e racconti si plasmano con le nuove tecnologie per tramandare lo stesso messaggio.

Tra gli altri padiglioni che si articolano in modo incisivo meritano una visita approfondita quelli della Francia, di Laure Prouvost, che attraverso un video, un’installazione e una performance ha dato spazio al tema del viaggio introspettivo; quello della Polonia, di Roman Stanczak, che presenta la versione rovesciata di un aereo privato, alludendo sia ai rapporti di potere e richiamando tra l’altro l’incidente costato la vita al presidente polacco Lech Kaczyński. Infine, per patriottismo di chi scrive, non possono mancare due parole sul padiglione Italia, costruito come un labirinto senza direzione, con opere di Enrico David, Chiara  Fumai  e Liliana  Moro. E se si riesce a trovare l’uscita, all’imbrunire, non si può che concedersi uno Spritz, che non sarà un’opera della Biennale ma vale lo stesso la pena.